Un rapporto dell’Istituto Superiore della Sanità pubblicato il 1° febbraio 2021 indica un tasso di letalità COVID-19 del 2,4%. 

Questo dato è relativo a quella che comunemente viene definita “seconda ondata”, ovvero il picco di contagi registrato dopo il periodo estivo, fino al 31 ottobre 2020. 

Come si legge nel rapporto, si tratta di una percentuale “più bassa rispetto a quella della prima fase durante la quale però l’accessibilità rallentata ai test diagnostici e la diversa distribuzione geografica dei casi potrebbero aver fornito un dato distorto”.

Lo studio è stato condotto utilizzando il database dei casi COVID-19 confermati con test molecolare e notificati al sistema di sorveglianza da inizio epidemia – ovvero dal 20 febbraio 2020, data del primo caso confermato nel nostro Paese – fino al 31 Ottobre 2020. 

Per quanto riguarda la letalità, sono stati conteggiati i decessi avvenuti entro 30 giorni dalla diagnosi.

Approfondiamo un po’ i dati contenuti nel rapporto. 

Il confronto con la prima ondata

Il dato rilevato analizzando i casi confermati al 31 ottobre, quindi della seconda ondata, è più basso rispetto a quello della prima fase

Nel dettaglio, secondo il report, tra i casi confermati diagnosticati fino a ottobre, la percentuale di decessi standardizzata per sesso ed età – il cosiddetto Case Fatality Rate o CFR – è stata del 4,3%

La prima ondata, però, ha avuto al suo interno diverse fasi dell’epidemia, con ampie variazioni, passando dal 6,6% del periodo febbraio-maggio all’1,5% tra giugno-settembre

Nel mese di ottobre, invece, la letalità è stata, come accennato, del 2,4% tra i casi diagnosticati.

Le differenze tra regioni

Nell’introduzione abbiamo spiegato come sono stati raccolti i dati per l’elaborazione del rapporto. Un ruolo cruciale lo hanno ricoperto le Regioni e le Province; infatti, sono proprio questi enti locali a inviare i dati al sistema di sorveglianza nazionale. 

Il CFR, ovvero la percentuale dei decessi sul totale dei contagiati, “è stato calcolato standardizzando i tassi per tener conto delle differenze regionali nella struttura demografica della casistica”.

Cosa vuol dire? Che i dati sui decessi, così come quelli sui contagi, variano molto su base regionale, ma per avere un dato unitario nazionale è necessario fare una serie di calcoli matematici e statistici. 

Come si legge nel rapporto, i valori più alti sono stati osservati in Lombardia (5,7%) ed Emilia-Romagna (5,0%), mentre i livelli più bassi sono stati osservati in Umbria (2,3%) e Molise (2,4%). 

“Nell’interpretare le differenze regionali di CFR è importante tenere in considerazione la tempistica con cui l’epidemia si è manifestata nei diversi ambiti territoriali. L’epidemia ha colpito prevalentemente l’area settentrionale del Paese durante la prima ondata (febbraio-maggio), per poi estendersi più diffusamente sull’intero territorio nazionale nelle fasi successive. Questa disparità nella distribuzione dei casi nel tempo potrebbe spiegare parte delle differenze del CFR regionale riferite all’intero periodo esaminato”

Per approfondire i dati, invitiamo a consultare il rapporto completo dell’ISS.